mercoledì 17 febbraio 2016

0 DYLAN DOG: ANCORA UN LUNGO ADDIO PER L'INDAGATORE DELL'INCUBO [RECENSIONE]


Secondo inedito per la collana in collaborazione con La Gazzetta dello Sport "I Colori della Paura"Ancora un Lungo Addio raccoglie l’eredità del precedente La Nuova Alba dei Morti Viventi di Roberto Recchioni ed Emiliano Mammucari andando a riprendere un altro classico della biblioteca dylaniata: stiamo parlando, ovviamente, de Il Lungo Addio.

Paola Barbato e Carmine Di Giandomenico hanno deciso di affrontare una sfida a tratti insormontabile andando a toccare uno degli episodi più amati, se non il più amato in assoluto dell’indagatore dell’incubo, scopriamo insieme come si sono approcciati a questo storico albo e se la sfida è stata vinta.

La recensione prosegue dopo il "Continua a leggere..."


Prima che con la storia di Marcheselli, Scalvi e Ambrosini, la prova da superare è quella di convincere i fan di Dylan, anzi, i fan di Dylan che all’epoca de Il Lungo Addio avevano all’incirca vent’anni, la stessa età dei protagonisti dell’albo e che potevano aver vissuto una storia d’amore simile a quella del giovane Old Boy e Marina Kimball perché - come disse lo stesso Recchioni alla presentazione de I colori dell’incubo: “L’amore per qualcosa è legato all’amore per chi eravamo nel momento in cui l’abbiamo amata. Non possiamo combattere la nostalgia di quando avevamo vent’anni.”

Andare a riscrivere e rivedere i meccanismi di una storia di per sé già perfetta e dal pubblico considerata come intoccabile sarebbe stato controproducente, ecco che quindi Paola Barbato sceglie una via diversa dal remake: se ne La Nuova Alba dei Morti Viventi seguivamo le vicende dal punto di vista della scatola del clarinetto, qui viviamo questa tormentata love story attraverso gli occhi della giovane Marina.

Non gli stessi eventi, o perlomeno, non soltanto: la scrittrice milanese riesce con abile maestria a insinuarsi nello spazio bianco tra le vignette della sceneggiatura originale e ad ampliare alcune vicende che rimanevano in ombra, scrivendole con una sensibilità diversa ma allo stesso tempo simile all’originale.

A cavallo tra presente e passato ci troviamo quindi a leggere quello che è a tutti gli effetti un’integrazione di quanto già raccontato ma allo stesso tempo anche un epilogo, un nuovo “lieto fine” ma dal sapore sempre e comunque agrodolce.

Tocca a Carmine Di Giandomenico raccogliere il testimone di Carlo Ambrosini e, esattamente come la Barbato, anche lui va oltre il semplice omaggio.

Quasi fosse galvanizzato da questo incarico ci regala una prestazione sopraffina, offrendoci un Dylan estremamente personale, che si distacca dallo stile classico bonelliano, più moderno e figlio -probabilmente - anche della sua esperienza oltreoceano.

La mezzatinta che caratterizzava le scene flashback viene qui sostituita da un color seppia che rende le vicende dei giovani innamorati simili a delle foto d’epoca, mentre le oniriche scene del presente sono caratterizzate da esplosioni di colore, che qui risulta un indispensabile mezzo narrativo e non un semplice orpello.

Il pregio più grande di quest’albo è quello di riuscire a coinvolgere e far affezionare ai personaggi e alla vicenda nell’arco di 32 pagine anche il lettore vergine della lettura dell’originale numero 74, ma non per questo non vi verrà la voglia di leggere - o rileggere - il capostipite.

Se già prima in molti speravano in un’edizione BAO (o Sergio Bonelli Editore) che riproponesse in un formato da libreria Il Lungo Addio, ora sarebbe bello trovare sugli scaffali una “extended cut” con in appendice anche questa storia, in omaggio alle storie inedite che caratterizzavano i volumi Mondadori dedicati all’indagatore dell’incubo.

“Tra vent’anni non ti ricorderai nemmeno più di me”.

Tra vent’anni saremo sempre qui a celebrare un grande classico del fumetto italiano. Anzi, due.

- Emanuele Emma

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