giovedì 8 maggio 2014

0 HAMMER, INTERVISTA ALL'AUTORE MARCO FEBBRARI

INTERVISTA A MARCO FEBBRARI, AUTORE DI HAMMER PROFILO
Marco Febbrari è probabilmente conosciuto ai più per essere uno dei “bresciani” del gruppo Hammer, uno degli autori del primo numero della serie di fantascienza tanto affascinante quanto sfortunata, che ebbe i natali negli anni '90 per i tipi della Star Comics.

Lo abbiamo incontrato in occasione di Romics 2014, chiedendogli anticipazioni sui suoi progetti futuri e dettagli sul suo passato artistico, che lo ha visto impegnato anche nelle serie Fullmoon Project come co-autore.

Dopo il "Continua a leggere..." l'intervista.


Ciao Marco, vuoi raccontarci quando hai mosso i primi passi nel mondo dei fumetti?
Appassionato di cinema ma soprattutto della scrittura cinematografica, mi sono formato studiando, da autodidatta, decine e decine di sceneggiature cinematografiche.  Guardavo film e studiavo la sceneggiatura per capire come gli autori avessero strutturato la pellicola e come funzionavano i meccanismi della visione. Nel frattempo, la passione per il fumetto era sempre presente nella mia vita grazie a mio padre, che cominciò a farmi leggere il Corriere dei Ragazzi, l’Eternauta di H. Oesterheld e disegnato da Lopez, alcuni numeri di Tex, Zagor e Comandante Mark. Il fumetto mi affascinava perché mi consentiva di poter creare mondi e personaggi senza i limiti della tecnologia cinematografica: bastavano una buona dose di fantasia e un bravo disegnatore, e tutto prendeva vita. Passai  anni a fantasticare e scrivere, finché non venni coinvolto da quel talento naturale di Gigi Simeoni (ricordo ancora la nostra prima storia insieme, quattro tavole iniziate e mai finite su un’avventura horror/splatter nel lontano 1985…). Fu durante quel periodo che partecipai ad una riunione convivial: Gigi mi disse che altri ragazzi appassionati di fumetti si sarebbero incontati. Ci conoscemmo tutti una sera del 1989 e il giovedì divenne l’appuntamento immancabile per diversi anni a venire.

Parlaci del gruppo che si formò di lì a poco.
Quella sera Io, Gigi Simeoni, Giancarlo Olivares, Stefano Vietti, Majo e Fabio Pezzi cominciammo a parlare di fumetti insieme a Davide Longoni, che ci riunì intorno ad un tavolo per discutere di un nuovo progetto da proporre ad un editore. Qualcuno del gruppo, come Gigi Simeoni, Majo e Giancarlo Olivares provenivano dalla Scuola di Fumetto del compianto Rubèn Sosa, grande maestro illustratore e fumettista argentino che aveva creato a Brescia una bellissima realtà creativa: una delle prime scuole di fumetto in Italia. Nel giro di qualche mese creammo le basi della serie Fullmoon Project. Davide aveva trovato un editore milanese disposto a pubblicare delle storie in formato bonelliano, per sfruttare l’enorme successo che Dylan Dog stava avendo in quel periodo nelle edicole. Il direttore editoriale di quella casa editrice era Massimo Moscati, che ricordo con affetto in quanto ci diede carta bianca, dopo aver letto attentamente il dossier della serie Fullmoon Project, spronandoci a dare il meglio e fidandosi di un gruppo di giovani ragazzi appassionati, che si “buttavano” nel mercato del fumetto per la prima volta.

Quale fu, materialmente, il tuo apporto alla serie?
Per Fullmoon ero uno degli autori e insieme al gruppo, strutturammo le storie e i personaggi. Scrissi le sceneggiature dell’episodio n° 4 (insieme a Sime) e il finale della miniserie, il n° 7 (sempre insieme a Sime). Naturalmente, visto che avevo maturato varie esperienze nell’ambito della grafica pubblicitaria, curai anche l’intera ideazione grafica del progetto.

Furono le Edizioni Eden a pubblicare la serie, giusto?
Si. Fullmoon Project era una miniserie e fu pubblicata tra il 1991 e il 1992 dalla casa editrice milanese Eden-Center TV. Composta da sette albi autoconclusivi, fu modellata ad immagine degli standard proposti all'epoca dai prodotti dell'editore Bonelli.
L'ossatura principale era costituita da racconti horror-fantasy, imperniati attorno a trame poliziesche: le indagini – spesso concernenti casi insoliti ed inspiegabili, venivano condotte da una coppia di agenti, spesso in contrasto tra loro, appartenenti ad uno speciale reparto dell'FBI con sede in San Francisco. La medesima formula fu sviluppata tre anni dopo per la nota serie televisiva X-files. Purtroppo i rapporti con l’editore finirono malissimo. La casa editrice fece sparire più di 700 tavole a fumetti ed in seguito finimmo coinvolti in una causa legale dispendiosa che si risolse con un nulla di fatto. Veramente un brutto periodo, molto brutto...

Successivamente approdasti alla Star Comics al servizio del personaggio Lazarus Ledd.
Ade Capone è sempre stato un gran professionista, un trascinatore. Stefano, Gigi, Majo, Fabio e Giancarlo lavorarono per Lazarus Ledd mentre io proposi dei soggetti ma non riuscii nell’intento, la passione era forte ma mi arrendevo troppo presto alle difficoltà…

Fino ad arrivare ad Hammer. Parlaci del team che lo creò.
L’editore ci chiese una miniserie di fantascienza, per sfruttare l’enorme successo che stava riscuotendo Nathan Never. Ci ritrovammo io, Gigi, Stefano, Giancarlo, Majo, Fabio e si aggiunse Riccardo Borsoni, un giovane sceneggiatore molto bravo. Insieme cominciammo a discutere, litigare e creare le basi per la serie da proporre. L’editore decise di farne una serie mensile, al posto della miniserie ventilata in fase di discussioni: era stato colpito dalla nostra presentazione, dall’insieme strutturato che avevamo dato ai personaggi e all’universo che avevamo creato e che faceva da supporto alle storie.
Considero Hammer uno dei fumetti di fantascienza più riusciti, per più di un motivo. Innanzitutto i protagonisti sono degli antieroi, molto lontani non solo dalla integrità morale di un personaggio come Tex, ma anche dai compromessi e dalle debolezze di personaggi come Mister No o Nathan Never. 

Insomma, quando si parla di Helena Svensson, Swan Barese e John Colter, si allude a concetti come il sotterfugio, il tradimento, la disonestà, la cialtroneria (soprattutto per l’ultimo dei tre). Come vi è venuta in mente un cosa del genere?
Ci furono molte discussioni in merito e si erano creati due schieramenti. Il primo era formato da Stefano Vietti, Giancarlo Olivares e Gigi Simeoni che puntavamo ad una caratterizzazione più morbida delle situazioni e dei personaggi. L’altro era composto da me, Majo e Riccardo Borsoni che invece puntavamo alla totale assenza di integrità morale dei tre personaggi. Arrivammo a dei compromessi che fecero contenti tutti noi del gruppo. Tuttavia, al momento della stesura del numero uno, io e Majo, senza remore, strutturammo tutti i personaggi in modo da mettere in risalto il loro “lato oscuro”.

Quando pensi ad Hammer, ritieni che la serie sia più vicina, concettualmente, allo stereotipo lindo e terso tratteggiato da saghe come Star Wars e Star Trek, oppure a quello cupo e tenebroso di Blade Runner? (e se non a quelli appena citati, a quale altra compagine del cinema?)
Penso sia una summa di tutto l’immaginario fantascientifico che noi del gruppo Hammer abbiamo assimilato durante la stesura delle storie. Difficile catalogare, in quanto ognuno di noi aveva un background specifico ben definito. Il lavorare insieme, quindi, non aveva fatto altro che amalgamare un filone che concettualmente spaziava tra tutti i generi possibili, rimanendo però ben ancorato alla fantascienza.

E nel settore della letteratura, a quale autore accosteresti la serie?
Dan Simmons, fortissimamente Dan Simmons. I Canti di Hyperion sono stati la nostra bibbia, il nostro riferimento, soprattutto il mio. Una serie di libri che mi hanno illuminato e indicato la via durante la stesura dei soggetti e delle sceneggiature.

A cosa pensi fu dovuta la prematura chiusura di Hammer?
Semplicemente alla Star Comics: visto il calo di vendite, la casa editrice smise di credere nel gruppo e decise di chiudere baracca e burattini. Quando Hammer chiuse, avevamo circa 18000 lettori (numeri che adesso farebbero gridare al miracolo…!): forse, se l’editore avesse creduto di più in Hammer e nel gruppo… Comunque è andata in questo modo, facciamocene una ragione!

Non molti sanno che la serie non si fermò al tredicesimo numero, ma arrivò al quattordicesimo, con un albo di diverso formato pubblicato dai tipi di Cronache di Topolinia. Ce ne parli?
Conseguentemente alla scelta di chiudere manifestata dall’editore, cominciammo a guardarci attorno, chiudendo però tutti i fili delle trame che avevamo aperto durante i dodici numeri. Successivamente, Salvatore Taormina, vulcanico organizzatore di eventi e curatore di testate a fumetti amatoriali, da grande appassionato di Hammer, chiese a Stefano Vietti se c’era la possibilità di riunire il gruppo dei bresciani per scrivere un albetto con una piccola avventura dei nostri tre bastardi. Ci ritrovammo noi del gruppo e l’alchimia si riaccese, portandoci a creare Gattordici, un numero che, più o meno, si posiziona tra l'ottava e la decima storia della serie. Fu un ritorno ai vecchi tempi dello studio Hammer!

INTERVISTA A MARCO FEBBRARI, AUTORE DI HAMMER 11
Nei blog dedicati ai fumetti, ho letto sempre commenti entusiasti su Hammer e mi colpisce vedere che la pagina Wikipedia del fumetto viene tenuta costantemente aggiornata. Pensi che la serie possa riapparire sul mercato in maniera continuativa?
In questo momento il mercato editoriale si difende dalla crisi generale imperante. Se dovessimo trovare un editore in grado di credere nel gruppo e in Hammer, tutti noi potremmo rientrare sul cargo insieme a John, Swan ed Helena… Noi ci abbiamo sempre creduto e saremmo pronti a riprendere in mano la situazione, e se si presentasse una ghiotta occasione non ci tireremmo sicuramente indietro! Non smettiamo di crederci, perché a volte dietro l’angolo ci può essere una sorpresa a strabiliarti gli occhi... Ad ogni modo, ti anticipo che qualcosa è in cantiere ma per ora l'editore resta segreto perché vuole, giustamente, entrare in campo e gestire personalmente la situazione (nel momento in cui si scrive, l'iniziativa è ancora in fase prodromica. Comic-Soon segue con attenzione gli sviluppi e dedicherà ampio spazio alla notizia. ndi).

Pensi che sia fattibile ristampare il tutto, proseguendo con storie inedite?
Sarebbe fattibile, anche se gli impegni lavorativi di Stefano, Gigi, Giancarlo, Majo sono molto, molto gravosi. Chiaro che se ci fosse un riscontro di vendite interessante, le idee per continuare ci sarebbero. Un dossier sul proseguio di Hammer è pronto da diversi anni e in quest’ultimo periodo abbiamo aggiornato alcune idee e sviluppi futuri… Come si dice, chi vivrà vedrà!

Che ne pensi della carriera che il tuo collega di allora, Stefano Vietti, ha poi fatto al servizio di Nathan Never? E, soprattutto, che ne pensi di Nathan Never, il personaggio contemporaneo di Hammer che, a differenza di quest’ultima serie, prosegue ancora oggi, ininterrottamente da allora, il suo percorso editoriale?
Stefano rimane per me un modello. Ha costruito la sua carriera con determinazione e il suo apporto a Nathan Never è stato determinante: le sue saghe complesse e spettacolari hanno caratterizzato la serie negli ultimi dieci anni. Nathan Never è un personaggio sfaccettato e tenebroso che mi ha sempre affascinato. Magari non tutti gli autori mi hanno convinto ma quando si lavora ad un personaggio che non hai creato, le difficoltà di scrittura aumentano.

Parlami del tuo rapporto con la Bonelli Editore. Tempo fa hai sfiorato una collaborazione al servizio della serie Dampyr, giusto?
Esatto. Mauro Boselli aveva approvato un soggetto per Dampyr una decina di anni fa ma una serie di sfortunate coincidenze purtroppo hanno fatto in modo che quel soggetto rimanesse dentro ad un cassetto.

Passando ai giorni nostri, ti sei riavvicinato al fumetto nel 2010, abbracciando il genere urban fantasy con gli episodi “Il risveglio del Re” e “Sangue Cattivo”. Ce ne vuoi parlare?
Andrea RED Mutti, amico e disegnatore dai tempi di Hammer, mi chiese se avevo voglia di rimettermi dietro la macchina da scrivere: un quotidiano di Brescia voleva proporre in edicola una serie di storie legate al territorio bresciano e con l’occasione decisi di approfondire tematiche storiche legate al passato antico di Brescia. Sviluppai due racconti, che vennero pubblicati su una rivista di architettura e legati alle leggende bresciane. Andrea Mutti disegnò la prima parte, “il risveglio del re”, mentre con Angelo Bussacchini creammo il seguito, “Sangue Cattivo”. Con questo lavoro professionale ricominciai a scrivere con assiduità e dedizione (disciplina che avevo perso nel tempo…)

Sappiamo che sei ancora in contatto con Mauro Boselli. Pensi che sarà possibile vederti approdare alla Bonelli?
Da qualche tempo sono sotto la ferrea egida di Mauro Boselli, che ringrazio ancora per avermi dato un’altra possibilità. Sono al lavoro su alcuni soggetti di Dampyr e sto dando tutto me stesso per riuscire. Sarebbe il mio più grande sogno, dopo aver fatto evadere tre disgraziati da un carcere disumano e virtuale.

Marco, abbiamo finito. Hai un ultimo messaggio da inviare?
Vorrei sentitamente ringraziare voi del team di Comic Soon per avermi intervistato e per esservi ricordati di me e della serie Hammer.

Ciao Marco

Gianluca Livi

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