martedì 15 ottobre 2013

0 [RECENSIONE] DOOMBOY: LE SEI CORDE DEL DESTINO DI TONY SANDOVAL


Victor Hugo definì l’adolescenza come “la più delicata della transizioni”, quel periodo di passaggio nella vita di ognuno fatta di poche certezze e di un vuoto, di un grosso buco dentro che, per citare un poeta più pop “il rock n' roll, qualche amichetta, il calcio, qualche soddisfazione sul lavoro, le stronzate con gli amici ogni tanto questo buco lo riempiono”.

Queste parole potrebbero descrivere a perfezione la vita di D, protagonista del racconto, che questa voragine non solo la porta dentro di sè, ma buca letteralmente il suo petto, un vuoto generato dalla prematura scomparsa del suo primo, grande e unico amore: Ann.

Una mancanza che, a differenza del Freccia nostrano, solo la musica riesce a placare, perché negli anni dell’adolescenza le mezze misure non esistono: un banale litigio tra amici può costringere alla solitudine, al chiudersi in sé stessi, e cercare la propria strada nella vita come nell’amore è meno semplice di quanto non sembri. Spesso la solitudine e l’accettare le convezioni imposte dalla società è la via più breve, ma non per questo quella più giusta.


Nel bianco e nero della vita del protagonista l’unica nota di colore è data dalla sua chitarra, da quelle note che anche solo per poco riescono ad anestetizzare la sua sofferenza, nascosta solo da una maglia nera di una qualche rockband.

Una pedaliera ed un nomignolo segreto, affibiatogli proprio dal suo amore perduto, un soprannome di quelli per i quali inizalmente si prova imbarazzo, ma alla fine descrivono al meglio la propria personalità.

"Ti darò un nome segreto. Ma devi fare attenzione perché è un nome speciale: Doom Boy", il ragazzo del destino, e mai come in questo caso la regola del nomen omen trova la sua realizzazione.

Doom Boy: un mito, una leggenda, un chitarrista maledetto che trasmette saltuariamente da una radio pirata, una di quelle per le quali Richard Curtis direbbe che “se Dio fosse un dj, sarebbe alla console”.

Cambiare il destino della propria vita e quello dei ragazzi di una cittadina di provincia con una musica che penetra dritta nello stomaco di chi avrà la fortuna di sentirla.

E di chi avrà la capacità di ascoltarla con il cuore, perché è da quel baratro che fuoriescono i sentimenti di chi sta dall’altro lato dell’altoparlante.

Una Fender che vomita emozioni, splendidamente tradotte da Tony Sandoval con battagle tra eserciti di divinità e da paguri, crostacei anche chiamati “l’eremita”, rappresentazione perfetta della solitudine.


Forze incomprensibili che travolgono le persone e volano verso il cielo, luogo dove albergano le stelle, simbolo ultimo della felicità a cui anela l’uomo.

A tutti gli eventi però, sopravvive solo un nome senza volto: “Doom Boy” figura leggendaria che ha spinto un'intera generazione di adolescenti a intraprendere il proprio cammino nella vita, perché come dice il Conte in I Love Radio Rock “in tutto il mondo ragazzi e ragazze avranno sempre i loro sogni… E tradurranno quei sogni in canzoni.”.

Tony Sandoval, giunto ormai alla quarta pubblicazione per Tunuè, narra e illustra con maestria e delicatezza una vicenda sempre attuale che saprà trasportare in un vortice di emozioni il lettore di ogni età, anche quello che si è ormai lasciato i suoi 20 anni alle spalle, e toccare le (sei?) corde dell’adolescente che si annida dentro di ognuno.

Un plauso anche all’edizione proposta dalla casa editrice di Latina che rinnova il formato della sua linea Prospero’s Books passando ai 19,5x27 cm che esaltano il tratto dell’autore messicano ed immergono ancora più a fondo nelle meravigliose tavole di questo volume.



- Emanuele Emma

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